dal 6 Dicembre 2013 al 31 Marzo 2014

Premio "Silvano Alessandrini"

Sabato 22 marzo 2014, presso la sala dalla P.A. CROCE BIANCA di Querceta, in via delle Contrade, al cospetto di un pubblico strabocchevole, si è svolta la 25a edizione del Premio di poesia dialettale intitolato all'indimenticato Silvano Alessandrini.

Il Presidente della Pro Loco Franco Burroni, il Responsabile della Commissione Culturale Luca Garfagnini, validamente coadiuvati da Sara Cipriani ed Elena Cinelli, hanno condotto un pomeriggio come non se ne vedeva da anni nel nome di Silvano Alessandrini e nel segno del vernacolo versiliese.

Gli elogi espressi dal Sindaco Neri, dal Vice Sindaco Bacci, dagli Assessori Biagi e Salvatori, dai consiglieri delegati  Giannini e Faraboschi, nonchè il plauso e gli applausi del pubblico intervenuto, testimoniano la bontà di questa iniziativa per la quale, già in pentola, bollono importanti novità per le edizioni future.

La Giuria del Concorso, al pari degli ultimi anni era così composta:

Alessandro Alessandrini (Presidente)
Enrico Baldi
Anna Guidi
Ezio Marcucci
Elena Carducci
Mauro Giannarelli
Leopoldo Belli
Lorenzo Marcuccetti
e Anna Ricci.

Qui di seguito tutte le classifiche e le opere premiate.

25a edizione    -   22 marzo 2014   (Sala "Croce Bianca" - Querceta)

 

       Sezione: “POESIA”

1a classificata   -   SORDITÀ  ................................... di  Walter Bandelloni

2a classificata   -   MEMENTO  ................................. di  Aldo Bertozzi

3a classificata   -   QUEL GIORNO D'NVERNO.................  di  Sandra Burroni

 

         Sezione: “RACCONTO”

1° classificato   -   LA RAGAZZA DEI "GIÓCHI" ................ di  Sandra Burroni

2° classificato   -   C'ERA UNA VOLTA UN CINEMA  ........... di  Ivana Giannelli

 

       Sezione: “FÒLA”

1a classificata   -   IL PASTORE DI PALAGNANA  ............. di  Sandra Burroni

2a classificata   -   MIRA GIÙ … CCHE SONO IO !  ........... di  Riccardo Tarabella

3a classificata   -   LA BELLA CHE RUSSA  ...................  di  Angela Simi

 

       Sezione: “POESIA in Italiano” -  dedicata alla memoria di GIANCARLO CINELLI

1a classificata   -   IO, DENTRO DI TE  ........................... di  Sandra Burroni

2a classificata   -   UNA TERRA DA AMARE  ..................... di  Antonio Giorgi

3a classificata   -   ESTATE 1944: ...............................  di  Sonia Barsanti

3a classificata   -   VERSILIA ...................................... di  Paolo Galleni

 

         Sezione: “POESIA in Italiano” – Categoria “Giovani”

1a classificata   -   L'INCANTESIMO DEL PALIO  ...............  di Eleonora Pucci

 

         Sezione: “POESIA” – Categoria “Scuola”

1a classificata   -   RISIÉMO AL PALIO  ...................... di  Beatrice Setti

2a classificata   -   A VEGLIA ................................. di  Davide Carducci

2a classificata   -   IL MIO FIUME  ..........................  di  Rebecca Totani

Segnalazione per:  LE STAGIONI IN VERSILIA .............. di  Martin Glauber

 

       Sezione: “RACCONTO”  -  Categoria “Scuola”

1°classificato   -   LE TELEFONATE  ....................... di  Verdiana Evangelisti

2° classificato   -  LA TRAMVIA DI QUERCETA  .................. di  Edoardo Festa

3° classificato   -  LA SCOPERTA DI UN OROLOGIO STRANO ... di  Paolo Lazzeri

Segnalazione per:  L'OLIVO VERSILIESE  .................... di  Alice Della Regina

Segnalazione per:  STORIA DI GUERRA ........................ di  Alessio Panaino

                                                                                e Gionata Zanchetta

Segnalazione per:  LA BEFANATA A GIUSTAGNANA  di  Aurora Marchi

Segnalazione di merito per:  VITA A CERRETA .................. di  Genni Buselli

 

       Sezione: “Disegni”  -  “scuola primaria"

1° classificato  -  “VERSILIA - col gioco inferno/paradiso -”

                     opera degli alunni della classi 3a della scuola primaria

                                            “E. Bibolotti”  di Marina di Pietrasanta

2° classificato  -  “C’ERA UNA VOLTA UN … PAESELLO”

                     opera degli alunni della classe 5a della scuola

                                             primaria di Pontestazzemese

3° classificato  -  “NEL PRIMO ‘900 IN ALTA VERSILIA”

                                 opera degli alunni delle classi 4/A e 4/B della scuola

                                                          primaria “G. Pascoli” di Pietrasanta

 

      SORDITÀ       di  Walter Bandelloni

È qualche anno che drento casa mia

c'è un vèni e vai di gente acculturata,

princìpino a ciancà' giù  nela via

pò' vènghin su per chiude' la serata.

Ragiónin di politica, di moda,

di soldi, di pallone, di mangiare,

bévino un fizzantino, vischi e soda,

du' salatini … oddìo, si dan da fare.

Pàrtino piano, guasi sottovoce

pò', siccome 'un si tròvin mai d'accordo,

le voci s'accavàllino: è 'na croce,

e meno male che io sono sordo.

"Oddìo raga', si urla, si dà noia,

chi sta di sopre 'un sarà contento,

e po' quell'òmo lì", dice la Gioia,

"Quell'òmo è sordo ormai da qualche tempo".

Risponde la Rachè': "Parlate pure

tanto mirà', ècchilo lì, lù' lègge,

gli basta un libbro con de le fegùre,

noialtri si pó' andà' come le schegge".

E 'nvece rido, ma mi rodo drento

perchè gli voréi dì' la verità:

a vedémmi di fòra son contento …

ma ora un posso, sarà per l'aldilà.

Perchè, per dilla tutta, 'un sono sordo:

d'è 'na corazza che mi sono misso

per mantenémmi vivo 'l bel ricordo

di quando si parlava. E l'hó 'mpromisso

che un voglio più sentì' discorsi storti,

'un voglio avé' a che fà' con questa gente,

per me è come se fùssin tutti morti,

ma sento tutto come chi ci sente.


 

       MEMENTO  di  Aldo Bertozzi

Versi rubbati a 'n lipro di latino,

di que' più belli, dedicati a Lesbia

che mi dicéi al'orecchio piano, piano

e bagi lunghi che mi davi al cine

cogli occhi chiusi e senza respirà'

'mparati a forza di vedelli dà'

ne' filmi 'n bianco e nero di que' tempi,

tra 'na tirata e l'altra d'una cicca

che ti facéa pare' più giovanotto.

Calzini bianchi co' le scarpe basse

e 'n filo di rossetto datto quando

la mamma 'un mi vedeva che sortivo

che ti sbaffava 'l collo ala camigia.

Eri tutto per me te che studiavi …

A me la sarta mi faceva fà'

appena 'ssopracitti e 'ppunti molli

ch' 'un gli avessi a rubbà mestieri e pane.

Ma se Dio volle ce la féi a 'mparà' …

e ora so dell'arte e dela vita!

Fano 'n palazzo duve c'era 'l cine,

tanto ormai 'n ci andava guasi nimo.

La sala buia, fredda e silenziosa,

senza più manifesti ale parete,

senza la tromba ch'annunciava 'nNostri

o sonava funerea 'l De Guello.

Senza rossella nel tramonto rosso

libera ormai da bagi e da passioni …

… e 'l pensiero mi vola ala speranza

che un ricordo futuro non mi sia

mesto compagno dela nostalgia.

 


QUEL GIORNO D'INVERNO, BEPPE E L'ASSUNTA …

   di  Sandra Burroni

"Ecchila qui, la nostra vecchia case;

entriémo, Beppe, è tutto sgangherato,

quest'uscio 'un ha più gnanco la maniglia!"

Passin la soglia ed ecco la cucina,

col su' largo camino affumicato,

i vietri ale finestre èno spaccati

e su l'ammattonato ruzza 'l vento.

"O Assunta, ma qui drento un c'è nissuno,

duve sarano iti, que' figlióli?"

Il fóco è spento, sparito il tavolino,

le seggiole, la madia, lo scaffale …

La vecchietta s'asséde nel camino,

trova le larie, tòh, quelle c'èn sempre!"

"Accendiémosi un fóco con du' sprocchi,

guarda un po' se ce n'è, diétro al cantone …"

Davanti a quele fiamme sbiscettanti

ripensino a quel tempo ormai trasìto,

quante padelle piéne di mondine,

quante polente nel paiólo nero …

"Avéimo pogo, ma si stava bene.

Te le ricordi, Assunta, quante sere

s'èn passate seduti a questo fóco?

Io fumavo un toscano, te cugivi;

i bimbi ciondolàvin la testina …

Ma ora si sta bene duve siémo,

c'è sempre tanta luce, tanto sole,

'un c'è freddo, né fame, né dolori!

È l'ora di tornà' nel nostro posto."

Ripìglino la strada verso il Cielo

da duve èrino scesi un momentino

per ritrovà' il ricordo della vita.

Il fóchetto si spenge nel camino,

resta un popo' di cendora nel mezzo,

duve s'addorme un gatto, soddisfatto,

d'avé' trovato un così bel calduccio.

 

 

         LA RAGAZZA DEI "GIÓCHI"                di  Sandra Burroni

            Noi batocchi èrimo sempre i primi a vedé' che dietro le scuole di Querceta erino arrivati quelli de' "Gióchi". Perché lì dietro, dove ora c'è un parcheggio, c'era una piazzetta sterrata dove tutti i giorni s'andavimo a radunà', prima di stentinassi per qualche oliveto a fà' la pisalanca o a giocà' co' maschi: loro facevino la Guerra Mondiale e noi le Crocerossine che li curavino quando èrino feriti. I Gióchi 'un èrin altro che un piccolo Circo a conduzione famigliare, senza elefanti né tigri.

            Quello di quell'estate veniva dall'Emilia, ed era formato da un babbo, una mamma, tre figlióli, un nonno e un canino bianco. Avevo allora poco più di undici anni e feci subito amicizia con una ragazzetta, quella che di sera si faceva annodà' i bracci tutti rimprillati diétro la schiena, si spraccava le gambe e se le passava diétro la testa e altre cose del genere. Aveva circa un annetto più di me, di giorno si vedeva che era piccola ma la sera si trasformava: si truccava, si tirava su i capelli riccioli e neri e li fermava con un nastro sbriluccicante pieno di piume. Portava un costumino rosso aderente e gli spuntava anche un bel po' di petto, che, come poi venni a sapere se lo faceva col cotone.

            Così conciata pareva una ragazza fatta, anche perché aveva di sua natura dei fianchi assai larghi, tipici delle donne emiliane. Noi bimbe èrimo in adorazione davanti a lei, i maschi invece ci scherzavino e provavino anche a fargli de' discorsi a trabiccolo. Noi invece quando facéino così, gli si dava degli stupidi e imbecilli e qualche spintone, lei però ci rideva e sembrava compiaciuta.

            Con poche lire la sera andàvimo a sedessi su quelle file di banche messe a scaletta intorno alla pista e se pioveva, niente spettacolo, ché quello era un circo senza tendone. Il babbo della Dorella, così si chiamava, si vestiva da Pagliaccio, la mamma faceva da spalla, e via alle barzellette pese, alle farse trite e ritrite, come la famosa "Ape, dammi il miele!" che prevedeva spruzzate d'acqua nel viso e altre scempiaggini...

            Sul trapezio i du' fratelli più grandetti, di cui noi bimbe inevitabilmente ci s'innamorò, si dimenàvino a testa in giù, s'acchiappavino per i piedi, ci stavin ritti senza le mane e...oplà, un bell'applauso. Il canino camminava ritto sulle zampe di dietro e saltava dentro un cerchio, cosa che provai subito a far eseguire al mi' gatto, ma Maolino non ne volle sapere. E poi "Sióri e sióre... adesso la tombola... primo premio una bottiglia di spumante!" e il vecchio nonno passava a vendere i biglietti e così arrotondavino il magro incasso della serata. Quella vita, così diversa dalla mia, mi affascinava.

            La Dorella era proprio d'un altro mondo... già quel nome, appetto a noi che si chiamàvimo Carla, Anna, Franca, Maria... Le invidiavo quel rossetto, quel costumino strinto e scosciato, i brillantini. Nel pomeriggio si stava insieme e lei mi chiedeva cose strane che non capivo, tipo: "Sei ancora diventava signorina?" E che voleva dire? E perché oggi si è bimbe e domani signorine? Me lo spiegò all'orecchio in un'altra maniera, ma ci capìi poco o nulla, perché la mi' mamma certe cose 'un me l'aveva ancora dette. Io invece volli sapere dell'altro, cosa faceva d'inverno e se andava a scuola. "Ci vado poco a scuola - mi disse - perché mi devo esercitare tante ore per imparare a far nuovi numeri, ora devo provare a riuscire a entrare in una valigia". Faceva ancora la terza elementare, infatti mi ero accorta che leggeva molto male! Verso una cert'ora me ne tornavo a casa. "Vai già via?" mi chiedeva la Dorella "Ma è presto!" "Sì, vado a cena, se il mi' babbo 'un mi trova in casa quando rivène da lavorà', mi contende e contende anche la mi' mamma che mi lascia tutto il giorno fòri a bighellone”. E tutte le sere era così. "Ciao, vado a casa. Si vediamo dopo cena allo spettacolo". Finché una sera, con una voce bassa e quasi incredula mi domandò: "Ma te, ceni tutte le sere?" Fu allora che capìi tante cose e mi accorsi che il suo costume rosso, visto da vicino, aveva tanti rammendi sotto i lustrini. Di certo era lei che invidiava me, che d'inverno andavo a scuola tutti i giorni e non dovevo rompermi gli ossi per diventare di gomma e arrotolarmi su me stessa, ma soprattutto perché ... mangiavo tutte le sere, in una casa vera. Ciao, Dorella. Que' gióchi rivennero in Querceta solo dopo tre anni. Andai subito a chiedere di lei, per dirgli che ora lo sapevo come si diventava signorina ... La su' mamma si ricordò di me: "Ah ... la sua amichetta ... va' pure dentro il carrossone, la Dorella è là che allatta il suo bimbo". "Allatt a... un bimbino suo? Ma si è sposata, allora?!" "Mo va' là! Ma che sposata! È stato un ragassaccio, un mascalsone". Non ebbi il coraggio di andarla a trovare e non andai nemmeno agli spettacoli, tanto dubitavo che ora sarebbe entrata in una valigia. Povera scentona, aveva poco più di quindici anni.

            Non la vidi mai più, forse avevano cambiato piazza o il circo aveva smesso la sua attività. Ne vennero altri di circhi, quelli grandi col tendone, le luci colorate, le seggioline torno torno alla pista, i leoni, le scimmie e le giocoliere con costumi nuovi e sgargianti. Ma ogni volta ho ripensato a quella "ragassuola" tutta svincolata, al su' costume rinfrignato, alle pupperette di bambagia e a quella domanda: "Ma te, ceni tutte le sere?".

 

         IL PASTORE DI PALAGNANA        di  Sandra Burroni

       (fòla tramandata oralmente nei paesi dell'Alta Versilia )  (autore ignoto )

 

            "Me la racconti, nonna, quella fiaba del pastore di quel posto, come si chiama? Sai, quelo che s'era innamorato della Principessa con gli occhi azzurri...". "Voi dì' la fòla del pastore di Palagnana? Vediamo un po' se me la ricordo, me la contava la mi' nonna, che l'avéa sentuta dalla sua dele nonne, che stava digliensù, propio in Palagnana. Assediémosi qui, spengi quel ciòtolo di televisione...peccato che 'un c'è un camino... com'erino méglio le fòle davanti al fóco!"  "O nonna, però non parlare in dialetto, la mamma non vuole..." "Imméa, bimba, ci proverò a parlare civile, ma se ogni tanto mi scap­perà qualche paroletta...pacenza eh!"  "Allora, tanto tempo fa, sul colletto più alto, sotto il Passo delle Porchette dove finiscono i prati e non ci sono più le capanne col tetto a punta, c'era un bel castello, con le terrazze smerlate, da dove si poteva vedere tutto il paese, con le semplici casette dei pastori, gli uomini che zappavano le piane e svelgevano le patate, le donne che lava­vano i panni nel canale. Lì ci stava un re, con la corte, la regina e la loro unica figlia Alba, così bella che tutti i giovanotti che la vedevano, restavano stregati. Anche i prìncipi dei paesi vicini, perché allora ogni paesello aveva i suoi regnanti, andavano a chiedere la mano della principessa. Ma come spesso succede, questa era molto capricciosa ed esigente e si divertiva a respingere i pretendenti. Aveva escogitato una maniera per mandarli via, scornati e umiliati con la coda tra le gambe. Questi, per averla in sposa, dovevano raccontarle una storia che la riguardasse personalmente, che lei non conoscesse, ma che fosse vera. Era molto difficile trovare una simile storia, e quei poverimi, sotto lo sguardo attento dei suoi incredibili occhi azzurri, gelidi e ironici nello stesso tempo, si confondevano e cominciavano a ingrecà' ... cioè, a balbettare. Poi il cerimoniere faceva cento domande, giudicava sciocchi e falsi quei racconti e li cacciava via. Un giorno che Alba stava a pettinarsi i lunghi capelli biondi sul balcone, sentì prima il suono d'un zùffilo ... un flauto rustico fatto di canna insomma, poi una voce che intonava una canzone struggente. Ne restò colpita e chiese chi fosse mai colui che cantava sotto al castello.

"È un giovane pastore - disse il cerimoniere - viene spesso quassù al­la Reggia a portare canestri di ricotta, di burro e di formaggio. È un certo Tonio, detto il "Poeta matto".  “E perché matto?" Chiese la principessa.  "Perché da quando vi ha vista, non pensa che a voi, scrive poesie e can­zoni e si dimentica anche il suo gregge. Pensate che un giorno voleva addirittura entrare per raccontare anche lui una storia, ma l'abbiamo cacciato via. Come osava un pastore chiedere la vostra mano?"  "Avete fatto male" disse la principessa, "Andatelo subito a chiamare, che lo voglio ascoltare". Tonio si precipitò alla reggia, non prima di essersi dato una bella ripulita e una strigliata ai capelli folti color rame ed essersi le­vato il giacchettone di pelli d'agnello. Alba lo guardò fisso, ma senza alcuna ironia nei suoi occhi splendenti. E Tonio cominciò a narrare: "Nobile principessa, io vi racconterò una storia vera, avvenuta in un luogo molto lontano da qui, nei Campi dei Beati, tanto tempo fa. Tutti noi abbiamo vissuto là, prima di scendere sulla Terra. Anche lassù voi, eravate come una regina e chiunque vi guardava negli occhi, si sentiva pieno di felicità. Io ero un semplice pastore tale sono rimasto. Ogni volta che passavo sotto la vostra finestra vi suonavo un motivetto allegro, vi davo il buongiorno e voi mi sorridevate. Noi allora credevamo di poter vivere per sempre lì, dove tutto era gioia, ma un giorno un Angelo ci venne a chiamare e ci disse che per noi era venuto il tempo di scendere sulla Terra. Prima però ci fece esprimere un desiderio, che si sarebbe realizzato nella nostra nuova vita. Io chiesi che voi poteste conservare i vostri begli occhi, e voi commossa, chiedeste che il mio più grande desiderio terreno si avverasse. Avete visto - continuò Tonio - voi avete ancora lo sguardo azzurro come i fiordalisi, però io non so se la mia preghiera, che mi tormenta notte e giorno, si avvererà". Lei lo guardava in silenzio, colpita da quella storia, ma il cerimoniere prese la parola. Riconobbe che il racconto di Tonio rispettava le tre condizioni richieste, perché la riguardava, era un fatto che non cono­sceva e non era incredibile, perché chi mai poteva sapere quello che era successo o meno nel Campo dei Beati?

Però, secondo lui, la storia aveva una pecca: se tutti siamo stati lassù, diceva lui, perché non ricordiamo nulla e il pastore invece sì? Tonico non se ne fé' né in qua né 'n là ... cioé non si scompose, e tranquillamente replicò:  "Ve lo dico subito. Perché il ricordo di quei luoghi ritorna alla mente solo quando si rivede l'ultima cosa che si è guardata prima di scendere quaggiù e io per ultima cosa fissai gli occhi azzurri della principessa, e quando li rividi, il giorno che lei passeggiava tra i fiori di un prato vicino al mio gregge, mi tornarono subito in mente quei giorni lontanissimi e felici".  A questo punto il cerimoniere non seppe più cosa dire e si zittì. L'ultima parola però spettava alla principessa. Tutti pensavano che cacciasse via il pastore, invece si alzò dalla sua alta scranna dorata, gli sorrise e gli porse la sua mano ...  
            "O nonna .. finiscila alla tua maniera, dilla pure in dialetto la finale, tanto la mamma è di là che chatta e non ti sente ..."
            E la nonna concluse così: "E doppo si sposónno, fénno un pranzo e un bell'invito, e a me mi toccó un topo arrostito!”

 

 

       IO, DENTRO DI TE             di  Sandra Burroni

Viola nascosta al calcio del castagno,

margherita di prato aperta al sole,

ginestra dei tuoi biondi ravaneti,

era la vita mia nella tua culla.

Odoravano l'albe di mughetti

e le sere di fieno.

Poi le lunghe mie attese, come nube

impigliata alla vetta della Pania,

aspettando il risveglio della terra,

fra il soffio acerbo della tramontana

che sdraia l'erba e sferza la montagna

ma si placa la sera.

Ho pianto sotto il ramo dell'olivo

che mi copriva di pagliuzze d'oro,

ho abbracciato la scorza dei tuoi pini

stillanti resina dalle ferite

con sentori di mare e di navate

consacrate d'incenso.

Ora scivolo piano, come il fiume

che va alla quieta foce d'occidente,

con l'acqua lenta fra distanti sponde

verso il tirreno grembo che l'aspetta

e insieme diverranno nubi e vita.

Io sono in te, mio fiume.

 


UNA TERRA DA AMARE     di Antonio Giorgi

 

Nella quiete dei monti si ascolta,

il rumore del silenzio racconta,

una storia di amore e di vita

di bianco marmo, di sudore e fatica.

Fischia il vento fra le fronde dei rami

miscelando le foglie nell'aria,

un tappeto dai mille colori

sulla terra lentamente si posa.

Chiudi gli occhi e comincia a sognare

nella pace che la vita ci ruba.

Ferma il tempo e lasciati andare

scopri i tesori di questa terra da amare.

Come un quadro di mille colori

la Versilia ai tuoi occhi ora appare.

I suoi monti che guardano il mare

incantato ti fermi ad ammirare ...

Quella striscia sottile,

dove il cielo si immerge nel mare.

Dove le onde baciano il sole.

Dove si perde lo sguardo

e si illumina il cuore.

 


ESTATE 1944: CANTO D'UNA DONNA VERSILIESE

                                                     di  Sonia Barsanti

 

C'è pace tra i castagni.

Cammini svelta sul sentiero senza voltarti.

Ripensi a quando, bambina, attraversavi il bosco

cantando in libertà.

Abito lacero e consunte scarpe indossi.

Ma per lui, tu sei la più bella.

Per lui che, con i compagni, aspetta il tuo ritorno

in quel rifugio che tu sola sai.

Manca poco e lo potrai riabbracciare.

Passi le dita tra i capelli spettinati.

Guardi in alto, tra le chiome verdi, lassù

e ti sorprendi a immaginare un figlio.

Figlio della libertà e del coraggio

che oltre le guerra, oltre la paura crescerà.

Sorriso di speranza nei tuoi pensieri.

Vorresti cantare adesso, giovane donna versiliese,

ma non puoi. Potrebbero sentirti,

potebbero trovarti.

Inizi a cantare sottovoce, allora,

e quella musica allevia la stanchezza,

rinfranca lo spirito.

C'è pace tra i castagni.

E profumo di menta selvatica

che vien dai campi, più in là.

Il lieto frinir delle cicale fra l'erba

E il frullo d'ali dei fringuelli sui rami,

ti sono compagni di questa mattina d'estate,

come le amate sagome del Procinto e del Forato,

testimoni eterni d'umane tragedie.

Cammini più leggera adesso che t'avvicini a lui.

Immagini già il tenero sguardo,

le braccia forti di chi combatte.

Chiudi gli occhi per un istante e non t'accorgi ...

Non t'accorgi del soldato sul sentiero,

il suo fucile puntato.

Apri gli occhi limpidi, fieri.

Incontri i suoi, stranieri, stanchi. Fan silenzio le cicale ...

Ed il tuo canto sempre più alto, sempre più libero.

Oltre i castagni.

 

 

      VERSILIA               di  Paolo Galleni

Sfreccia veloce verso la marina un uccello.

Petali di luna nell'abbraccio dell'alba

sbiadiscono le ombre nel canneto lungo il fiume.

Le gocciole ora riflettono il cielo su le foglie.

Svanisce silenziosa l'ultima neve di primavera

e gorgoglia nel Serra e nel Vezza giù a valle.

Ho imparato a volare tra le valli tra un refolo di vento.

Ho imparato a godere dei respiri nel silenzio dei boschi.

Ho imparato ad amare trapunte di luce ne le cave

bianche delle Cervaiole dove le vette s'arricciano d'azzurro.

Lassù in alto la Pania maestosa s'intreccia di nebbie

s'inarca di rocce, si gonfia di luce ricca di sfide.

Ho imparato a restare sospeso nell'aria

fino all'orizzonte nudo sui granelli di sabbia della battigia.

Ho imparato a godere del canto del mare nelle conchiglie

laggiù dove l'estate è frenesia di fare e apparire

dove al calore del sole i rumori del mattino

si trasformano in concerti tra i bagnini indaffarati.

Ho provato felice a confondermi nell'odore di erba medica

nel silenzioso volo di farfalle colorate alle rinfusa

negli orti senza foglie dove la magnolia allunga le sue ombre.

Ho goduto sfiorando aghi di pino trafitti a dispetto

dal vento sopra la piana e giù fino al lago di Porta

mi sono poi abbandonato libero alla risacca

stordito da un alito sottile di frescura fino alle ville

zeppe di edere e gerani sulle terrazze di Roma Imperiale.

Sfreccia veloce verso il nido un uccello.

Petali di luna accarezzano il sonno.

Un suono di fisarmonica cattura un bambino per strada.

Si accende di vita la Capannina, l'asfalto di macchine.

Versilia a volte di odio a volte mi manchi a volte ti ascolto

sfiorando i ricordi di un bimbo curioso.

 

        L'INCANTESIMO DEL PALIO    di  Eleonora Pucci

i garba 'l Palio de' micci

e me lo sento addosso,

più di un Viareggino il carnevale

o di un Pisano certe luminare.

Tutti que' re e quele regine,

il rullo de' tamburi e le chiarine,

quando d'èno lì in mezzo al campo,

la ciccia di gallina mi fan veni'

e pò' resta' d'incanto.

Ma 'l bello del'altr'anno

d'è stata 'na bimbetta

ch'ala rete sempre s'è tenuta stretta.

Quando ala fine s'è voltata,

fissa 'ndel viso l'hó guardata

e hó 'nteso che quela cicchina

avéa sognato d'èsse' lé' la regina.

E come 'l Palio,

m'èn garbi quegli occhi

che per un giorno han cavalcato

co' prìncipi su' cocchi.

 

Opere di alunna di scuola media

           RISIÉMO AL PALIO ...

                           di  Beatrice Setti

Siémo a Maggio col su' bel soletto,

ogni Contrada ci ha 'l su' miccetto;

èn tutt'e otto pronte a partì',

alle dieci si dévin riunì'.

La chiésa è piéna quela matina,

'un è libera gnanco 'na panchina;

un altro po' e cadino i muri,

a sentì' il rullo de' tamburi.

Tra cavaglieri, dame e paggetti,

il campo è la scena di tutti i soggetti.

Sugli spalti asseduta tutta la gente,

urla, acclama e è soridente.

E ora portateci que' coridori

che forte fan batte i nostri cuori!

Finalmente il via l'hano dato,

e qualche miccio s'è pure rigirato.

“MARIANNA CANE!”, uno era anco 'l mio!

Va a pensa' ... l'anno prima, avéo vinto io.

Voléo fa' il carosello ...,

ma d'altra parte, questo è il su' bello.

Dopo questa sfacchinata,

si conclude la giornata.

I forestiéri diranno:

“Ma come fanno?”

Un vi lamentate,

ve lo riconto 'n altr'anno!

 

         A VEGLIA        di  Davide Carducci

Accécciati su questa seggiola

parliémo un popoìno di

cose ite.

Èno passati tanti anni

al lume si ci fa compagnia.

Ora che siémo vecchi

nimo si fa paura.

Nemmeno il buglio!

 

        IL MIO FIUME    di  Rebecca Totani

Gioielli d'acqua,

scintillanti perle

che dalla nuda roccia

precipitano a valle.

Rumorosi giochi

di limpide trasparenze

entrano nel mio cuore

senza lasciare incertezze

donandomi pace.

Ma quando il fiume s'ingrossa

e rompe le pietre,

tutti quei giochi

diventano pianti.

Allora come un cavallo

senza briglie

corre impetuoso,

travolge e annega

ciò che incontra.

 

 

          LE STAGIONI IN VERSILIA       di  Martin Glauber

Versilia d'estate,

turisti ricchi,

venditori ambulanti,

a piedi, in bicicletta,

sole, sole, sole,

e tanto freddo,

a volte,

in fondo al cuore.

È veramente tutto bello

qui da noi?

Versilia d'autunno,

i turisti sono partiti,

il sole impallidisce,

ora verde, giallo, arancione,

giallo e marrone

intorno a te.

Versilia d'inverno,

non un'anima viva,

pioggia e vento,

un timido sole talvolta

tra le fronde dei pini.

Versilia in primavera,

tutto rinasce e risplende,

il sole torna a sorridere,

presto sarà di nuovo estate

e tutto ricomincerà.

 

         LE TELEFONATE       di  Verdiana Evangelisti

Quando telefona la mi' nonna c'è da fassi il Nome del Padre. A casa mia ogni giorno e ogni ora, quando squilla il telefono, non si sa se rispondere. Ci guardiamo e .... “oddio che si fa?”   Panico!! Ci si fa coraggio e poi si risponde.   Delle volte non è lei: che salvezza! Delle volte è lei, e qui iniziano i problemi.

            E' sorda.

            Ha l'apparecchio ma 'un ci sente.

            Quando rispondo al telefono ed è lei, lei parla, parla e parla tanto, e dopo un po' ti dice: "Ma con chi parlo?" e lì io devo urlare perché 'un sente nulla, sicché passo il telefono al mi' babbo e ci parla lui. Di solito è la mi' mamma che risponde e delle volte non urla perchè stranamente la nonna ci sente: che miracolo!

            Allora io alla mamma gli chiedo: "Ma con chi parli?", e lei mi dice: "Con la nonna", e allora io penso ma sta bene, perchè non succede quasi mai che  con  lei  si  parla  piano  al  telefono?   Alle sue telefonate, dopo che abbiamo finito di parlare ci brucia la gola: ma come mai? Bèh, è molto facile da indovinare.

            Tutte le sue telefonate sono memorabili, ma la telefonata storica è stata quella che voleva sapere se io e la mamma eravamo a casa perché era brutto tempo.

La mi' mamma gli dice che siamo a casa,

e lei continua a dire: "Con chi sei a casa?"

e la Mamma: "Con la Verdiana"

e lei: "Con chi?"

e la mamma: "Con la Verdiana"

e lei: " 'Un capisco, con chi?"

e la mamma: "Con la Verdiana"

e lei: "Bóh! 'Un ho capito con chi sei"

e la mamma: "Con la bimba"

e lei: "Ma con chi sei? C'è la bimba con te?"

e la mamma: "Si!!! Sono con la Verdiana!!!"

e la nonna: "Con chi?"

e la mamma stremata, con la gola in fiamme, gli risponde: "COL GANZO!"

e la nonna: "COL GANZO?!  FAI BENE!".


 

 

 

 

 

 

 

LG/

 

 

 

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